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Dentro o fuori?

Ieri leggevo del messaggio del Presidente della Repubblica riguardo il sovraffollamento delle carceri. Argomento spinoso, delicato ma che voglio brevemente commentare.

«L’Italia viene a porsi in una condizione umiliante sul piano internazionale per violazione dei principi sul trattamento umano dei detenuti». Questo quello che ha scritto il nostro presidente in un messaggio alle Camere nella quale fa presente il problema che fuori da ogni dubbio va affrontato, ma come?

carceriSi parla di depenalizzazione, domiciliari, fino ad arrivare all’amnistia (estinzione del reato) e all’indulto (estinzione parziale o  totale della sola pena conservando il reato e i relativi effetti). Quale sia la soluzione migliore (peraltro temporanea) del problema non lo so ma la domanda che mi pongo va più a monte della questione: quanto ancora dovrà passare, quante altre emergenze carceri bisognerà affrontare prima che si metta mano ad una reale e concreta riforma della giustizia?

Molte della persone che affollano le nostre carceri sono detenute per reati minori in attesa di giudizio e grazie alla pachidermica macchina della giustizia italiana si ritrovano ad aspettare mesi solo in attesa della pena definitiva. Vale la pena allora andare avanti per atti di clemenza creando spesso malcontento nei cittadini onesti che vedono uscire chi per grande o piccolo che sia si sono macchiati di un reato?

A questo punto sono quasi d’accordo con la Lega che sostiene che il problema si risolve  costruendo nuove carceri e non, testuali parole di Maroni, <<rimettendo in libertà decine di migliaia di delinquenti>>. Alla Lega però bisogna ricordare che siamo in Italia e per costruire delle carceri non serve certo qualche mese e qui la situazione è da risolvere a breve. D’accordo a livello progettuale ma va accompagnata da una riforma concreta della giustizia.

Per ora… non ci resta che piangere.

Meditate gente… meditate

…e la terra trema ancora.

Oggi non può mancare un pensiero alle vittime del terremoto in Emilia-Romagna. Vittime quelli che hanno perso la vita mentre stavano lavorando; vittima chi si è visto crollare la tanto sudata casa sulla testa; vittime quelle 14 mila persone sfollate che non sanno se potranno tornare o no nelle loro case; vittima chi si è visto portare via qualcuno o qualcosa nel giro di pochi secondi.

Vittime del terremoto, vorrei poter dire parlando al singolare, ma alla violenta scossa del 20 maggio ne sono susseguite altre tra le quali le più intense oggi (alle 9 e alle 13 circa di magnitudo 5.8 della scala Richter la prima e 5.2 la seconda) che hanno fatto lievitare il bilancio delle vittime, per ora 16, e aggravato i già ingenti danni alle strutture.

Hanno ceduto edifici storici, municipi, ospedali, scuole, intere parti di paesi rase al suolo dal sisma (2/3 di Cavezzo in provincia di Modena). A parte il cedimento di parte di alcune strutture centenarie, quello che mi fa specie è il crollo di edifici relativamente recenti spesso anche pubblici  e di capannoni industriali che per la loro destinazione d’uso avrebbero duvuto subire attenti e particolari controlli in fase di costruzione.

Forse anche questa volta, al di fuori della fatalità dell’evento, si sarebbero potute evitare vittime e danni semplicemente facendo prevenzione e costruendo secondo giudizio. Rimane la speranza che al di fuori della retorica si prenda questo lutto come punto di partenza per un’Italia più sicura anche sotto questo punto di vista, Italia che negli ultimi tempi, tra alluvioni, terremoti e attentati, sembra stare attraversando davvero un brutto periodo.

Un in bocca al lupo alle popolazioni dell’Emilia nella speranza che non si ripetano scosse e l’opera di ricostruzione e assistenza possa svolgersi regolarmente.

Questo è un paese per vecchi

Durante il mio zapping mattutino, tra un cambio pannolini e un altro, ho appreso che in Italia sono oltre 13.000 gli ultracentenari, in crescita esponenziale negli ultimi anni. Il nostro paese sembra confermarsi come uno dei più longevi, soprattutto se si guardano le popolazioni di Alto Adige, Trentino e Sardegna, e la prospettiva di vita (ora circa 80 anni) per un bambino che nasce oggi, sarà di 100 anni  e oltre.

Vabbè, niente di nuovo penserete voi, ma questo mi ha fatto subito saltare in mente una serie di riflessioni. Innanzitutto penso che quelli che hanno raggiunto ora i cento anni sono reduci di un periodo che forse non tornerà più, dove il cibo era sano, l’aria pulita e lo stress era a livelli mimini. Guardandoci già oggi, la situazione sembra essere nettamente cambiata. Per cui seppur dovessimo fisicamente arrivare a tali traguardi, chi ci dice che ci arriveremo sani o con tutte le rotelle a posto. Purtroppo spesso il cervello non segue lo stesso percorso del fisico e sempre più spesso sentiamo di anziani affetti da Alzaimer o da malattie invalidanti. A questo punto potremmo pensare: meglio vivere 80 anni “in forma” o arrivare a 100 ma “da rottamare”? Il dilemma è amletico.

In effetti il fatto che il nostro fosse un paese di vecchi lo potevamo immaginare, basta vedere la nostra classe politica, composta da attempati signori che proprio non danno l’idea del vigore di un paese moderno. Inoltre negli ultimi anni per una serie di ragioni si fanno sempre meno figli e se si seguirà lo stesso trend non ci vorrà molto prima che saremo davvero un paese di vecchi.

D’altronde il sentore che saremmo vissuti di più l’avevo avuto, visto che ormai ci faranno lavorare fino a novant’anni per andare in pensione.

Mi auguro solo che nel corso degli anni si rinnovi l’antico binomio vecchio = saggio, ultimamente nella classe politica non lo rivedo poi così tanto.

Meditate gente…meditate.

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