Il mondo attraverso i miei occhi

Archivio per ottobre, 2011

Nuove maschere

Oggi, è inutile ricordarlo, è la festa di Halloween importata dai paesi anglosassoni per la gioia (?) di grandi e piccini. Ma io ho in mente delle maschere tutte nostrane, paurose e terrificanti quanto quelle classiche. Ci fanno paura tutti i giorni ma oggi forse è il giorno adatto per poterle ricordare.

Che la sfilata abbia inizio e… dolcetto o scherzetto?

Ecco che si avvicina la prima maschera, l’imprenditore di successo, alla guida di fabbriche che ne hanno meno e con i licenziamenti nella mano è il terrore di operai e famiglie. Dolcetto o scherzetto?

Segue a ruota una maschera tutta insanguinata, è quella del chirurgo che per far guadagnare la sua clinica ti fa operazioni inutili pur di fatturarle al servizio sanitario nazionale. È il terrore di vecchi e ammalati. Dolcetto o scherzetto?

Nella folla rumorosa scorgo una maschera composta da divisa e cellulare, è quella dell’autista di autobus che mentre trasporta povera gente a lavoro, approfitta per parlare al cellulare mentre guida con le ginocchia. Terrorizza passeggeri e automobilisti. Dolcetto o scherzetto?

Ancora risa, canti e dolcetti dappertutto mentre si avvicina la maschera del guidatore ubriaco con tanto di bottiglia e volante nella mano. È il terrore di pedoni e guidatori. Dolcetto o scherzetto?

Ma ecco che arriva il carro con sopra la maschera più importante e terrificante al tempo stesso, che più delle altre terrorizza gli astanti: il politico corrotto. Con la vita delle persone nelle mani sporche di sangue si guarda in torno in cerca di nuove vittime sacrificabili sull’altare del suo guadagno. È il terrore di tutti i cittadini. Dolcetto o scherzetto?

Mostri e stregoni quindi sembra che ne abbiamo a volontà senza neanche bisogno d’importarli, e quindi anche per questo Halloween siamo a posto, vedete quante zucche vuote abbiamo trovato?

Meditate gente…meditate.

Una vita

Un post bonus in questa domenica quando di solito non scrivo. Una breve poesia scritta anni fa per chi ora mi accompagna per la vita.

Alle volte anche solo il mio nome può generare qualcosa di bello.

Buona settimana a tutti.

Una vita

Luoghi

Umori

Immagini

Giorni e giorni

Insieme a te.

Ti voglio per sempre…

Abbracciare

Baciare

Assaporarti ancora

Rinascere

Ricominciare

Ora con te vivo

Acquisti fantasma

“Buongiorno!” disse l’uomo mentre aprendo la porta di vetro faceva scattare immediatamente il fastidiosissimo campanellino. Pochi secondi e gli si parò davanti la commessa esaltata che gli servì come antipasto uno scontatissimo: “Buongiorno, come posso esserle utile?”

“Mah, volevo solo farmi un’idea di qualche materasso.” disse l’uomo con l’aria più innocente che riuscì a trovare. A questo punto Commessa esaltata sembrò caricarsi come una bambola a molla e iniziò a parlare ad una velocità approssimativa di  200 bpm inalberando un sorriso a trentasei-trentotto denti. “Ma certo, mi segua, abbiamo un vasto assortimento in negozio, tutti materassi di ottima qualità, a molle, in lattice, in schiuma, ma prima che continuo, lei ha in mente qualcosa?” chiese “No, non saprei, mi dica un po’ lei che differenze ci sono?” Non l’avesse mai detto che Commessa esaltata sfoderò tutte le sue armi e descrisse per filo e per segno le caratteristiche di ognuno. Molle a centinaia, molle insaccottate, lattice, schiume, schiumette, trattamenti vari.

L’uomo ascoltava interessato e infilava ogni tanto qualche domanda più o meno plausibile:

“Ma è anallergico? Sa, la bambina”

“Certo, si figuri”

“E traspirante?

“Altro che”

“E le altezze?”

“Quante ne vuole”

“Sa, perché alcuni mi hanno detto che…” “e da altri ho sentito dire che…” “Ma non è che poi…”

I minuti passavano come niente, il discorso si faceva sempre più intenso, si entrava ormai nello specifico, nella tecnica, domande e risposte si susseguivano a raffica in un interminabile ping pong, fino a quando la prevedibile conclusione:

“Allora che ne pensa, prende quello lì?” chiese speranzosa Commessa esaltata sulla scorta di tanto interesse mentre sfoderava il suo sorriso migliore.

“No, grazie, ci vorrei pensare, d’altronde per ora non mi serve. Arrivederci”

 —–

Dedicato a tutti quelli che vanno decine di volte in un negozio a chiedere mille cose senza comprare mai niente. Spesso sono uno di loro.

Lucignolo è tra di noi

Non amo particolarmente questo film, l’avrò visto solo una volta, ma qualche scena mi è rimasta impressa a tal punto che non posso fare a meno di rivederla ogni tanto.

Certo è una stuazione portata agli estremi, esagerata, ma che secondo me rappresenta bene il rapporto madre figlio; in alcuni casi ovviamente. Qualche anno fa l’ormai defunto ministro dell’Economia Padoa-Schioppa coniò la definizione di “popolo dei bamboccioni” riferendosi ai giovani che preferivano rimanere a casa con i genitori. Lascerò da parte la questione sociologica che ne venne fuori e quelli che non riescono a staccarsi dalla famiglia per una questione puramente economica per soffermarmi su quelli che amano crogiolarsi nelle attenzioni materne.

Diciamoci pure la verità, chi uomo rinuncia facilmente a delle attenzioni infinite, alle camice sempre stirate, alla cena sempre pronta e al menù sempre perfetto? Mettiamoci pure la mamma chioccia che pensa sempre che il proprio figlio abbia tre anni e necessiti di continue attenzioni e cure  e la ricetta è pronta.

La figura della mamma “schiava” (per sua volontà!) dei figli non è certo una rarità, seppure non si comprende, a mio parere, che si arreca più un danno che altro, impedendo ai figli di crescere e responsabilizzarsi.

Le scene del film ambientate a tavola mi fanno morire dal ridere, con il figlio prepotente  e dittatore, la madre succube e assecondevole e il padre che osserva con un mix di sconcerto e rassegnazione. Ma siamo sicuri che questo accada solo nei film o magari scene del genere, o quasi, accadono sul serio?

Meditate gente… meditate.

La beata pazienza

Cito testualmente da Wikipedia: La pazienza è la facoltà umana di rimandare la propria reazione alle avversità, mantenendo nei confronti dello stimolo un atteggiamento neutro. La pazienza è una qualità e un atteggiamento interiore proprio di chi accetta il dolore, le difficoltà, le avversità, le molestie, le controversie, la morte, con animo sereno e con tranquillità, controllando la propria emotività e perseverando nelle azioni.”

Certo la pazienza è proprio una bella cosa, ti permette di andare avanti in questo mondo così complicato, un autocontrollo che spesso ti aiuta nelle situazioni “difficili”. Ma come si suole dire anche la pazienza ha un limite e poi a furia di pazientare si finisce per sbottare. La pazienza tra l’altro  ha dei confini labili, può facilmente sfociare nella rassegnazione, nella sopportazione, nell’inettitudine.

Ultimamente anche io nutro dei dubbi su cosa sia diventata la mia innata pazienza, ma andiamo oltre. Siamo sicuri, pensavo, che sia davvero una virtù a 360°? È sempre la via più saggia pazientare, aspettare, sopportare, o si rischia di diventare passivi, di subire senza reagire? Mi sembra un ottimo spunto di riflessione e spero mi facciate sapere anche voi cosa ne pensate.

Probabilmente in questo paese siamo stati fin troppo pazienti, abbiamo spesso sorvolato nella speranza che tutto fosse fatto al fine di migliorare e di assicurarci un futuro, ma non mi sembra abbiamo ottenuto grossi risultati. D’altronde pensare che il nostro mancato reagire sia stato un atto di pazienza è la versione migliore, quella che almeno ci vede consapevoli del nostro agire, ma mi sa che è prevalso il disinteresse, l’accontentarsi del nostro piccolo orticello senza pensare a quello che stavano combinando. Allora in quante cose dobbiamo avere pazienza: a casa con la moglie/marito, a lavoro col capo, in macchina, col Governo. Quanta riserva avremo ancora di pazienza?

Meditate gente…meditate.

Scrivere è bene, pensare è meglio. L’intelligenza è bene, la pazienza è meglio.

H. Hesse

Mezzo busto

Oggi la giornata è stata uggiosa, pioggia tutto il giorno e non ho potuto ripetere la passeggiata di ieri pomeriggio. Sapete quando hai voglia di  camminare, senza avere nessun motivo in particolare, solo per fare quattro passi. Beh, ieri mi è capitato proprio questo e ne ho approfittato per fare un giretto in centro. In realtà ieri c’erano già tutti i segnali metereologici di quella che sarebbe stata la giornata di oggi, e piovigginava a tratti, ma non mi sono dato per vinto e sono sceso lo stesso. Devo dire di non essermene pentito e ho fatto una rilassante passeggiata accompagnato dal lento rumore della pioggia che ticchettava sull’ombrello. In effetti il centro di Busto era davvero tranquillo e ho incrociato poche persone, probabilmente solo quelle davvero impegnate e quelle che avevano la pazienza di fare il balletto dell’aprire e chiudere l’ombrello. Però devo dire che mi è piaciuto, camminare col freddo mi da più soddisfazione, mi tonifica e asseconda quel po’ di malinconia che mi porto dietro caratterialmente. Ho fatto un po’ il turista, soffermandomi sui particolari: le case abbandonate nei vicoli, le vecchie insegne sbiadite, i piccoli balconi dei palazzi d’epoca. Insomma me la sono goduta così, piano piano, senza fretta, mentre la sera scendeva. È strano come spesso, distratto da altro non noti tante cose, hai una visione parziale di quello che ti circonda, una visione a mezzo busto direi.

Nulla di particolare, cose semplici che però alle volte bastano a darti quell’attimo di relax all’aperto che spesso cerchi senza riuscire a trovare. Oggi volevo bissare ma il tempo non è stato clemente e ho dovuto rimandare ma ripeterò l’esperienza sicuro di scoprire novità dove pensavo di conoscere tutto.

Uno strano lunedì

Riprendo dopo alcuni giorni di assenza con un po’ di tristezza nel cuore. Sono stati giorni nei quali una serie di notizie mi ha fatto riflettere sul senso della vita. Tutto è iniziato quando ho sentito in tv la notizia che una 24enne di Napoli, Valeria Sodano, era morta travolta da un’ondata d’acqua durante un nubifragio. Pur trattandosi di una ex concittadina non la conoscevo ma ho iniziato a sentirla più vicina scoprendo su facebook che avevamo un’amica in comune. Lì inizio a leggere il dolore, quello vero, le parole che si spera possano consolare gli animi, quelle vere, non quelle di circostanza dei telegiornali e dei talk show. Inizio a pensare di conoscerla un po’ anch’io e il pensiero di quanto è fragile la vita mi assilla. Poi ieri la morte pressoché in diretta del povero Marco Simoncelli mentre faceva quello che aveva fatto centinaia di volte, correre sulla sua amata moto; ieri però non è stata una di quelle volte ma l’ultima, e rivedo quei video dove parla del futuro, delle aspettative della gara, dove scherza e ride. È quasi incredibile come in un attimo tutto venga spazzato via.

Oggi sono andato a lavorare con questi pensieri per la testa, prendo la telefonata di un mio collega, per scherzare gli chiedo se ha chiamato per darsi ammalato e lui mi risponde che ieri d’improvviso gli è morta la madre. Ma si può, alle cinque del mattino iniziare con una notizia del genere? Ha aggiunto pure che gli è morta tra le braccia. Non voglio fare del melodramma ma vi giuro che ci sono rimasto proprio di stucco. Realizzare che da un momento all’altro tutto possa finire è scioccante, qualcosa che d’altronde sai dentro di te, l’hai sempre saputo ma non pensi per non impazzire.

Io non so quando sarà il mio ultimo giorno, non abbiamo la data di scadenza come lo yogurt, ma so solo che forse più spesso dovremmo pensare a godere di quello che abbiamo, a tenercelo stretto e viverlo intensamente, senza ovviamente andare in paranoia ma con la consapevolezza che ogni minuto su questa terra ci è regalato e infondo non siamo altro che un esile ramoscello in balia del vento.

Meditate gente…meditate. Io l’ho già fatto.

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